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  • Oscar De Summa: voci e sguardi dal Sud Italia degli anni Ottanta.

    Giovedì 24 agosto, Arzo aprirà nuovamente le sue corti a un’altra edizione del Festival internazionale di narrazione, che quest’anno diventerà maggiorenne. Molti saranno gli artisti, nuovi o già noti, presenti per festeggiare l’importante traguardo.

     

    Tra gli ospiti più attesi, per la prima volta al Festival, Oscar De summa, attore autore e regista pugliese. Protagonista al Festival sarà la sua Trilogia della provincia, un progetto di forte componente autobiografica, in cui De Summa porta in scena alcune realtà del Sud Italia degli anni Ottanta. Sfondo della narrazione è in particolare la Puglia, terra in cui l’artista è cresciuto e con la quale sente ora il bisogno di confrontarsi.

     

    Con La sorella di Gesucristo, terzo capitolo della Trilogia, in programma la sera del 24 agosto sulla Piazza del paese prenderà così avvio la diciottesima edizione del Festival.

    Protagonista della vicenda, tanto semplice quanto feroce, è Maria, una ragazza come tante del Sud Italia degli anni Ottanta che, la sera del venerdì santo, viene violentata da un uomo del paese. Lo spettacolo inizia quando, il mattino seguente la violenza, Maria prende una pistola decisa ad andare a vendicarsi.

    La sua camminata, gesto semplice e pubblico, costringe tutti coloro che la incontrano a prendere una posizione nei suoi confronti: è così messo a nudo un mondo fondato sul predominio maschile e sulla violenza, in cui il corpo femminile, spesso offeso e degradato, fatica a trovare una propria autonomia. Maria, in questo suo cammino, passo dopo passo, incontro dopo incontro, si libera da tutto questo, in un viaggio verso la conquista dell’autodeterminazione e della libertà.

     

    In Stasera sono in vena, altro capitolo della Trilogia in scena la sera del 26 agosto alla Corte dell’Aglio, De Summa indagherà, a partire dal suo vissuto adolescenziale, il mondo dell’eroina.

    In una realtà che proprio in quegli anni vede profilarsi prima la nascita e poi l’affermazione dell’organizzazione criminale della Sacra Corona Unita, l’eroina diventa una risposta, in certi frangenti quasi l’unica, a un disagio e a un dolore esistenziali profondi. Lo spettacolo, ironico ed amaro allo stesso tempo, non vuole essere tanto, o non solo, la storia di una tossicodipendenza, quanto un percorso che porta a un risveglio, a un accorgersi di essere vivo e, di conseguenza, padrone della propria vita.

    Per conoscere meglio Oscar De Summa e il suo lavoro l’appuntamento è sabato 26 agosto presso la Corte dei Miracoli, dove si terrà un incontro con l’artista aperto al pubblico.

     

     

     

     

  • Masculu e Fìammina: voce di un’invisibilità troppo lunga

    «Sono un masculu a cui piacciono i masculi».

    Queste le parole con cui, finalmente, un uomo inizia a parlare alla madre della sua vita vera, non dell’altra, quella che tutti conoscono. Il racconto però, ormai, può compiersi solo in un cimitero: la madre è morta e Peppino, in un giorno come tanti altri, decide di svelarsi. Tra il bianco quasi accecante della neve e il grigio luminoso della lapide, anche lui porta così un po’ di luce nella sua vita, incrinando quell’oscura invisibilità che, fino a quel momento, lo ha accompagnato. Prende così avvio, in un doloroso e intimo flusso di coscienza, il racconto del suo dolore, un dolore lungo una vita.

     

    Fin da quando, a dodici anni, scopre di essere gay, Peppino si scontra con il mondo delle parole, dell’etichette, delle categorie. Da subito scopre quanto possano essere pericolose: in esse si può rimanere incastrati, prigionieri, si può addirittura esserne uccisi.

    Per questo ora il bisogno impellente di dire e di dirsi ad alta voce, di rivendicare la propria vera identità. Accanto alla storia più intima di Peppino, trovano posto echi di vicende altrui, in uno spettacolo che richiama invisibilità, sofferenza, paura, violenza.

    La lingua con cui l’uomo si racconta è il dialetto calabrese, che accompagna con la sua musicalità antica e quasi poetica, un racconto privo di retorica e di giudizi, che sa lasciare spazio anche a momenti di ironia. Un racconto che, quasi incredibilmente, evita qualsiasi tipo di violenza nella sua confessione, teso unicamente alla semplicità del potersi finalmente dire, nel modo più vero e autentico possibile. Un racconto che, al suo termine, riesce a trovare la forza e il coraggio di esprimere, in una straziante speranza, la sua fiducia in un futuro «più gentile».

     

    Questa la storia che Saverio La Ruina con Masculu e Fìammina, porta quest’anno, la sera del 25 agosto sulla Piazza, al Festival di narrazione di Arzo. L’artista, già in passato ospite del Festival, ritorna in questa diciottesima edizione con un’altra grande prova d’attore, mettendo in scena con profonda intelligenza e sensibilità, un tema quanto mai attuale e urgente.

    Per continuare a riflettere sul tema dell’omosessualità e della comunità LGBTI più in generale, l’appuntamento è inoltre il 26 agosto, presso la Corte dei Miracoli. Qui avrà luogo un incontro tra Saverio La Ruina e Marco Coppola, figura di spicco in Svizzera e in Italia -Presidente di Rompere le Catene Onlus, del Collegio dei Garanti di Arcigay Nuovi Colori, del Collegio dei Garanti di Agedo nazionale- nella lotta contro l’omofobia. Sarà questa un’importante occasione di discussione e riflessione condivisa, nella consapevolezza dell’urgenza di un problema che non può più aspettare.

    L’incontro è sostenuto dal Servizio per l’integrazione degli stranieri del Dipartimento delle Istituzioni del Canton Ticino, nell’ambito del Progetto per l’integrazione e la prevenzione della discriminazione.

     

     

  • Albania casa mia di Aleksandros Memetaj: storia di chi sta in mezzo

    Voci nuove, voci antiche, voci che raccontano e si raccontano, voci in ricerca. Molte, ancora una volta, le voci di artisti che questo Agosto animeranno la diciottesima edizione del Festival di narrazione di Arzo.

    Tra queste, le sere del 26 e del 27 Agosto presso la corte dell’Aglio, quella del giovanissimo Aleksandros Memetaj, in uno spettacolo, scritto e interpretato dallo stesso Memetaj, per la regia di Giampiero Rappa, che porta il nome di quel motto dispregiativo, diffusosi a partire dai primi anni Novanta, con cui in Veneto si apostrofavano gli albanesi fuggiti in Italia: Albania casa mia.

     

    Un passo indietro e siamo nel 1991, il regime comunista albanese collassa e prende così avvio un grande esodo, che porta ventisettemila albanesi, in imbarcazioni di ogni tipo, sulle coste italiane. Tra questi, arriva a Brindisi, il trentenne Alexander Toto, con la moglie e il figlio neonato.

    Il neonato, allora di appena sei mesi, è oggi il giovane attore Aleksandros che, alternando italiano, dialetto veneto e albanese, racconta la sua vera storia. Una storia che riflette soprattutto sulla difficoltà di definire la propria identità quando la sensazione dominante è quella di sentirsi sempre nel mezzo, in sospeso tra due culture. La sua voce, in un percorso autobiografico, permette al ricordo e all’esperienza di farsi condivisione, in un atto di meraviglioso coraggio: il giovane, solo, scalzo, confinato anche scenograficamente, narra la fatica, la paura e la speranza di crescere come italiano figlio di albanesi. A tratti la sua storia personale si intreccia con quella di un altro uomo, a lui profondamente legato: Alexander, suo padre. Colui che, con perseveranza e forza, ha scelto di darsi e dare alla sua famiglia una possibilità e, rischiando tutto, lasciare una terra, la sua terra, in cui ha sentito «non esserci più speranza».

    Albania casa mia è uno spettacolo che, eco di una problematica estremamente attuale, parla di confini, linee e barriere: i confini fisici delle terre da cui si parte e in cui si arriva, le barriere della mentalità e del pregiudizio, le linee di dolore, speranza e paura che si devono affrontare nella ricerca della propria identità e del proprio posto nel mondo. Eppure, nonostante tutta la fatica, la voce di Aleksandros non ci lascia senza un messaggio di speranza: quel muro di quattro metri, evocato alla fine della narrazione, non rimane invalicabile. La sua famiglia, come tante altre hanno fatto, fanno e faranno, avrà infatti il coraggio di sperare e, così, saltare.

     

    Per continuare a riflettere sui muri, concreti e astratti, ancora fortemente integri o in disfacimento, l’appuntamento è poi il 27 agosto presso la Corte dei Miracoli, dove si terrà l’incontro tra Aleksandros Memetaj e il nuovo Presidente del Festival, Marco Mona, figura di spicco, in Svizzera e non solo, per l’attività professionale e il contributo umano a favore di una società più equa.

     

  • Emanuele Arrigazzi e i suoi Groppi d'amore nella scuraglia.

    Nella fascia preserale di sabato e domenica un altro volto nuovo per il Festival di Arzo: Emanuele Arrigazzi e i suoi Groppi d'amore nella scuraglia.

    Arrigazzi lavora come attore e regista sia in ambito teatrale che cinematografico, con un’attenzione sempre rivolta al mondo delle storie, inizia il mestiere appassionandosi e collaborando con Antonio Catalano. Nello spettacolo Groppi d'amore nella scuraglia, del quale è attore e registra, mette in scena riadattandolo il libro di Tiziano Scarpa.

     

    A chistu munno

    chi ce mantene la bellezza ce cumanda.

    Ma puro chi ce mantene lu pauro ce cumanda.

    Lu munno iè nu battaglio

    de bellezza e de pauro.

    Accusì ne la notte nottosa

    lu pauro e la bellezza ce s'attizzano battaglio

    pe cunquistà la scuraglia de l'ommeno.

     

    Con una lingua che inventa un dialetto, Arigazzi ci porta nella campagna del sud Italia per raccontarci la storia tragi-comica e malinconica, a tratti amara di Scatorchio che per fare dispetto al suo rivale in amore aiuta il sindaco a trasformare il paese in una discarica di rifiuti.

    Scatorchio, l’uomo che ci racconta questa storia, parla volentieri con tutti gli esseri dell’universo: da Gesù, agli uomini, agli animali. E lo fa in una lingua prodigiosa, che riesce a tenere insieme il sublime e il comico.

    Il ritmo è scandito da straordinari intermezzi in cui il protagonista incontra gli animali del paese, dando forma a un bestiario di figure indimenticabili: lu cane canaglio, lu rundenello, lu surcio pantecano, lu gabbianozzo. Vivono tutti una pena dello spirito, ciascuno di loro impersona una speciale forma di disperazione e nevrosi.

     

    Potrete ridere e al tempo stesso commuovervi, lasciandovi trasportare in questo mondo da Arrigazzi, sabato 26 agosto alle 20.45 e domenica 27 agosto alle 18.30 nella splendida cornice del giardino della Bonaga.

     

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